Proponiamo l’editoriale di Paolo Venturi pubblicato oggi, 14 agosto, su Il Sussidiario.
Il Meeting di Rimini 2026 ha come titolo il verso della chiusura della Divina Commedia, che ha molto da ricordarci in quest’epoca
Nel verso che chiude la Divina Commedia, «l’amor che move il sole e l’altre stelle», Dante non affida l’ultimo senso del reale a un principio astratto, ma a un movimento: una forza che attrae e mette in cammino.
Il titolo del Meeting di Rimini di quest’annoriporta al centro questa intuizione, e la parola che meglio la traduce è desiderio. De-sidera significa mancanza di stelle: si desidera perché qualcosa manca, e quella mancanza si fa slancio verso ciò che ci supera.
Il desiderio non è però fuga dalla realtà, ne è semmai l’espansione, giacché chi desidera non si sottrae al mondo ma lo abita con più intensità, lo interroga e lo trasforma. Svuotare la realtà di desiderio, al contrario, la rende sterile. Riconoscere questo slancio significa avere una precisa idea della natura umana.
Quando Hobbes, nel Leviatano, descrive il corpo come un automa animato da molle e giunture, inaugura una lunga parabola che, da La Mettrie a Turing, finirà per ridurre il pensare a un calcolo e la persona a un sistema prevedibile. Le teorie del comportamento più sofisticate ne sono le eredi raffinate, poiché perfino la «spinta gentile», la più delicata delle tecniche, presuppone che l’agire umano sia un problema risolvibile con un’adeguata architettura delle decisioni. Ridurre la persona alla sua architettura decisionale significa però perdere di vista proprio ciò che la rende viva, poiché l’uomo, in fondo, è ciò che desidera.
Da questo desiderio prende avvio ogni azione che voglia incidere davvero. Fare impresa nasce dal desiderio di dare forma a qualcosa che ancora non esiste, prima e più che dalla gestione di un bisogno; educare significa risvegliare desideri, aprire immaginari, restituire a ciascuno quella libertà di cominciare che Hannah Arendt poneva al vertice dell’umano con la parola natalità, ricordandoci che nasciamo per incominciare e non per adattarci a ciò che è già dato.
Anche la pace segue la stessa logica, perché desiderarla è la condizione prima per costruirla: nessuna procedura pacifica chi non la desidera, e ogni pacificazione autentica comincia dal desiderio condiviso di un mondo diverso. Alexander Langer lo aveva intuito parlando delle transizioni ambientali, quando osservava che i cambiamenti ecologici profondi non si impongono per decreto, ma accadono solo quando diventano desiderabili: nessuna conversione ecologica regge se resta un vincolo subito, e non un futuro che si desidera insieme.
Il desiderio, così inteso, non è capriccio individuale ma energia del bene comune, poiché dà forma all’interesse generale e tiene viva quella sana inquietudine senza la quale le istituzioni smettono di cercare e si limitano a gestire l’esistente. Proprio qui l’intelligenza artificiale mostra il suo limite e insieme la sua sfida. Un algoritmo ottimizza, calcola, prevede: sa trovare la soluzione migliore dentro un insieme di vincoli dati, ma non può interrogarsi se quei vincoli meritino di essere accettati, perché questo è compito del desiderio, non del calcolo.
Ottimizzare significa fare meglio ciò che già facciamo; desiderare significa immaginare ciò che ancora non facciamo. Per questo nessuna ottimizzazione, per quanto potente, potrà mai sostituire il desiderio: può simulare una risposta, non sentire la mancanza che la genera. Il desiderio resta così il fattore differenziale dell’umano, ciò che nessun sistema, per quanto raffinato, produce al posto nostro. Un gemello digitale o un modello predittivo possono servire la felicità pubblica oppure ridursi a pura efficienza, e a decidere è sempre il desiderio che li mette in moto.
Le tecnologie generative modificano perfino il modo in cui incontriamo l’altro, poiché interponendo un’interfaccia che anticipa e semplifica rischiano di trasformare la relazione in transazione e l’apertura in comodità, mentre un’apertura autentica comporta esposizione, attesa, la possibilità di essere cambiati dall’incontro.
In questo scenario, l’inquietudine che l’uomo continua a portare con sé non è un difetto da correggere: è la sua cifra più propria, quella che Agostino chiamava inquietudo cordis (F. Recanati, 2026), il segno che l’uomo resta soggetto e non funzione. La domanda decisiva, allora, non è quanto le macchine sappiano fare, ma se sapremo restare esseri capaci di desiderare, e di custodire nel desiderio la propria libertà.
A questo bisogno di senso Romano Guardiniha dato una delle sue formule più alte: «Nell’esperienza di un grande amore tutto il mondo si raccoglie nel rapporto Io-Tu, e tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito». È l’esatto rovescio di un mondo frammentato in dati da ottimizzare, perché l’amore raccoglie, unifica e dà senso, là dove il calcolo separa, misura e dispone; e quel raccoglimento nessun algoritmo può generarlo, poiché nasce da un desiderio che si fa dono e riconoscimento dell’altro.
È a quel raccoglimento che Dante dà voce nell’ultimo verso della Divina Commedia, quando l’intero viaggio, la storia e il cosmo si ricompongono in un solo movimento: «l’amor che move il sole e l’altre stelle». A reggere l’universo non è un calcolo, ma un amore che attrae e mette in cammino.
Custodire il desiderio, nell’era dell’intelligenza artificiale, significa allora restare dentro quel movimento, e continuare a riconoscere che l’umano fiorisce non quando ottimizza la realtà, ma quando trova il coraggio di amarla.

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