Ss Marco Evangelista e Pio X

Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. (Gv 15, 12-13)

I giovani che non sanno di credere

(Di Angelo Picariello, da Tracce 07, Luglio-Agosto 2026)

«Non è che un giorno saremo puniti per non aver creduto, siamo noi che ci puniamo da soli se ci perdiamo il meglio. Dio è un pezzo di pane, che non desidera altro che entrare nel nostro cuore, ammazza che bello…». Alla Messa delle sette di domenica sera, nella chiesa dei Santi Fabiano e Venanzio, al quartiere Tuscolano di Roma, l’omelia di don Fabio Rosini scalda i cuori con quella sua inconfondibile empatia da “biblista della porta accanto”. Paragona la strada indicata da Gesù alla via del Mare che ti permette di andare spedito mentre vedi gli altri imbottigliati nel traffico sulla via Ostiense che scorre parallela. I canti sono ben curati, c’è la chitarra, ma anche il violino, «è il minimo per esser grati a chi ha dato suo Figlio unigenito per noi», dice. La biografia di don Rosini, come sempre accade, offre indizi importanti. La sua è stata una vocazione adulta; prima di diventare sacerdote, a 30 anni, è stato musicista, violoncellista per la precisione, e in questa sua attività ormai ultratrentennale di divulgatore delle Sacre scritture (anche dai microfoni di Radio Vaticana, dove da oltre dieci anni commenta il Vangelo della domenica) la musica gli ha suggerito un metodo, una tecnica di linguaggio: comunicare il bello per invogliare i giovani ad affezionarsi all’Autore della vita.

Docente di Teologia pastorale alla Pontificia università della Santa Croce, con la catechesi delle “dieci parole”, legate ai dieci comandamenti, ha avvicinato al cristianesimo migliaia di giovani, e anche i suoi libri sono – ogni volta – dei piccoli fenomeni letterari. E, per definire il “sublime”, Rosini spesso fa riferimento alle Sinfonie a tre voci di Johann Sebastian Bach, non di rado utilizzate nelle catechesi, e il suo ultimo libro si chiama proprio L’origine del sublime, da poco uscito per le edizioni San Paolo e presentato a Milano lo scorso 3 giugno in un dialogo con il suo caro amico Franco Nembrini. Perché, spiega, la mediocrità non scaturisce da una vita povera di grandi eventi, ma subentra quando il cuore resta soffocato dalla paura di non essere amato. Ed è proprio a quel livello che inizia il percorso che don Rosini propone come occasione per avvicinarsi alla Chiesa. Ad agosto sarà al Meeting di Rimini per la prima volta.

Che giovani incontra? Da dove partire con loro?

Trovo una sorta di ansia da insufficienza, l’idea di non essere capaci, di non interessare a nessuno. Un primo lavoro va fatto a questi livelli: parlare della bellezza per fargli percepire la loro importanza e portare alla luce tutto il bene latente in loro.

Nella sua catechesi si parte dalle “dieci parole”, ossia dai dieci comandamenti.

Un punto di partenza apparentemente negativo, dal momento che i comandamenti vengono vissuti come divieti, ma in questi 35 anni con il lavoro sul decalogo propongo in realtà un testo sapienziale che indica la strada della vita partendo da tutto ciò che vita non è. Piano piano iniziano ad aprirsi. Il resto è l’opera sorprendente di Dio che vedo avvenire in loro.

Insomma, si riparte da zero, di cristianesimo non sanno poco o nulla. E forse è meglio così.

È molto meglio così. Non trovi più in loro nemmeno quella sensibilità religiosa fuori mira che la nostra generazione ha trasmesso loro. Da un lato c’è stato un errore nostro, la Chiesa si è presentata malissimo comunicando un cristianesimo moralistico; ma dall’esterno va anche detto che essa è stata oggetto di una mistificazione scientifica da parte di culture a essa estranee, tutte più o meno filomarxiste.

Non mancano, oggi, mistificazioni anche di altro tipo da destrutturare.

C’è anche chi parte da una presunzione di autorevolezza della Chiesa, persa ormai da tanto tempo, in realtà. Ma nemmeno si può banalizzare come una sorta di messaggio new-age, come se Gesù fosse un santone. È un retaggio degli anni Settanta che però non passa mai di moda.

In questa perdita di “appeal” del cristianesimo, come spiega questo interesse così diffuso ai suoi incontri?

Io ho avuto un buon padre. La fede è un’iniziativa di Dio che si serve di mediazioni, si serve di qualcuno che annunzi, qualcuno che ci parli di Lui. Noi tutti, per avere la fede se l’abbiamo, abbiamo avuto bisogno di angeli, l’ideale è che siano stati i nostri genitori, perché la fede passata dai genitori ai figli entra per il canale ideale, il migliore. Ma sin dal primo impatto con questi giovani ho percepito in loro l’assenza di punti di riferimento. Offrire loro l’amore del Padre, in modo caritatevole ma al tempo stesso risoluto e chiaro, li apre a una prospettiva del tutto nuova, essendo cresciuti in una totale anomia, nell’assenza cioè di un padre e di regole. Non hanno minimamente idea di cosa sia un rapporto bello con una figura autorevole.

Come passare dall’incontro che apre una prospettiva nuova a una vita che rifiorisce nel quotidiano?

Quello che propongo è un percorso, non un momento episodico, si va avanti un anno con un incontro a settimana, senza mai fallire un appuntamento. Se non ci sono io ci sono i mei collaboratori, coppie che hanno fatto con me il cammino del Decalogo mettendo a tema tutta l’esistenza a 360 gradi, in tutte le sue espressioni. Un percorso entusiasmante e “contagioso”.

«Al termine del percorso che propongo rimando i ragazzi alla loro realtà di Chiesa, che può essere la parrocchia o un movimento. Lunica cosa che raccomando è di affidarsi a una comunità, non vivere la fede da soli»

Ha mai fatto una stima di quanti giovani ha avvicinato in tutti questi anni?

Calcolando che ogni anno si è coinvolto in media un migliaio di ragazzi, e se pensiamo all’indotto di famiglie e amici si può arrivare a numeri importanti, almeno 30mila persone. Ma non costituiscono insieme un movimento, è un cammino che non genera nessuna appartenenza, se non alla Chiesa. Al termine dell’anno li rimando alla loro realtà. Al loro parroco per lo più, ma anche i movimenti possono essere dei punti di approdo di questa loro apertura di cuore. La Chiesa è grande…

Si accende una scintilla e poi il fuoco arde dove soffia lo Spirito.

Sì, lascio che la Provvidenza indichi loro la strada. L’unica cosa che raccomando è di affidarsi a una comunità, di non vivere per aria. Solo in taluni casi, soprattutto quando c’è da compiere un accompagnamento al Battesimo ma in generale quando i giovani al termine del percorso delle “dieci parole” non trovano altrove un luogo per proseguire il cammino, vengono accolti nell’esperienza dei “sette segni” del Vangelo di san Giovanni, a partire dai sette grandi miracoli in esso raccontati. Ma l’obiettivo resta quello di accompagnarli verso un luogo stabile in cui vivere l’esperienza di fede. Al massimo ci si può ritrovare, per chi ne ha il desiderio, una volta l’anno per un ritiro, a mo’ di esercizi spirituali.

Un aiuto al rifiorire della Chiesa con il metodo della sussidiarietà?

Sì, è così. Oggi c’è una Chiesa tutta da ricostruire, e nella modalità per farlo, per ognuno di noi, c’è da fidarsi di Dio che ci indica la strada.

Con persone di CL le è capitato di collaborare?

Sì, e devo dire che mi sono trovato sempre bene. In particolare, Franco Nembrini è per me un punto di riferimento. La sua vicenda spiega bene che cosa significa mettere un carisma al servizio di tutta la Chiesa, senza tenerlo chiuso dentro un ambito ristretto di “adepti”. Nello spirito della Prima Lettera ai Corinzi (12,7): «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune».

Il 2 giugno, come le accade di rado, ha dedicato un incontro alla politica, per gli 80 anni della Repubblica. Come è nata l’idea?

È scaturita da una riflessione del giornalista Paolo Pagliaro de La7, che durante un nostro incontro ha calcolato come dal miliardo di euro che la Chiesa italiana ottiene dall’8 per mille scaturisca un risparmio dello Stato nell’erogazione di servizi pari a undici volte tanto. Un dato che porta alla luce come la Chiesa sia parte di un processo buono, per il bene di tutti. Penso al lavoro del Banco Alimentare o delle tante Caritas sparse sul territorio. È una visione antropologica, prima che politica. Non dimentichiamo che gli ospedali li hanno costruiti i cristiani, con san Camillo. Lo spirito è quello della Lettera a Diogneto, che indicava ai primi cristiani il compito di guardare al cielo e al contempo di annunciare il Vangelo a ogni uomo.

Un ritorno alle origini, quindi?

Sì, perché non si tratta oggi di combattere l’ateismo, piuttosto un’idea sbagliata di cristianesimo. È una sorgente di vita che si comunica al mondo, la storia ci dice che in poco tempo, dopo la morte di Gesù, durante le persecuzioni, i cristiani hanno evangelizzato in un batter d’occhio l’intero bacino del Mediterraneo con la sola forza della testimonianza della fede, per poi passare, in meno di 70 anni, dal 313 al 380 (dall’editto di Costantino all’editto di Teodosio), da religione non più perseguitata a religione ufficiale dell’impero. L’annacquamento del cristianesimo è iniziato da lì, sebbene non siano mancati in ogni epoca dei santi a cui guardare. Oggi siamo al redde rationem, siamo di fronte a una nuova epoca in cui, come allora, dobbiamo tornare ad annunciare il Vangelo con la sola forza della parola e di una vita che si comunica.


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